La mia intervista a “Romacapitalenews” del 25/10/12

PRIMARIE PD, PRESTIPINO: NO A PRESELEZIONE NELLE MANI DEL PALAZZO

Non ci sono ancora comunicazioni ufficiali ma la diffusione delle prime indiscrezioni sulle regole delle primarie del Pd ha già creato scalpore e un mare proteste fra gli stessi democratici. Le condizioni richieste per partecipare alle primarie a sindaco di Roma sono infatti addirittura più restrittive rispetto alla primarie nazionali.

L’Assemblea romana del partito, su proposta del segretario Marco Miccoli, ha approvato un ordine del giorno nel quale si sancisce che ogni candidatura debba ottenere necessariamente, ai fini della presentazione, o il 35 % dei componenti l’assemblea cittadina oppure il 20 % degli iscritti. Scegliendo in questa direzione – come ha spiegato lo stesso Miccoli – non si fa altro che recepire l’articolo 18 dello statuto nazionale, che appunto prevede tali regole. Tuttavia, ed è questa invece l’argomentazione dei dissidenti, a livello nazionale il segretario nazionale Bersani ha “aperto” il partito alla contendibilità, sostenendo norme che richiedono per un candidato premier soglie di sostegno tra la base meno vincolanti rispetto a quelle richieste per un candidato sindaco.

La redazione di Romacapitalenews ha intervistato sulla questione l’Assessore alla Provincia di Roma per le Politiche del turismo, dello sport e giovanili, Patrizia Prestipino, la prima esponente del Pd ad aver espresso la ferma volontà di candidarsi alle primarie a sindaco, la prima ad essersi apertamente schierata contro le nuove regole.

Assessore Prestipino, è corretto dire che Bersani apre a livello nazionale mentre Miccoli chiude a livello comunale?

Il Pd di Roma si sta arroccando dietro le decisioni prese dall’Assemblea nazionale. Il problema di fondo è il metodo. Non dobbiamo dimenticare che si parla del sindaco di Roma, una carica complessa, molto sentita in questo momento, una carica che non si può relegare ad una lista. Io mi oppongo fermamente al filtro partitico nella scelta di un candidato. Non è che se Bersani fa così sul nazionale, allora dobbiamo farlo anche noi nella Capitale. E poi c’è da sottolineare che il Pd, con la sua selezione chiusa, ha perso a Milano, a Cagliari e in molte altre città. Ciò vuol dire che questo sistema ha sempre fallito. Chiudere ora non ha senso, bisogna aprire e avere coraggio. Solo in questo modo si può garantire un’offerta di qualità che possa vincere.

Quindi lei contesta il metodo delle regole più che le regole in generale?

Assolutamente sì. Il filtro delle 2.600 firme dell’assemblea o dei tesserati è qualcosa di inaccettabile. Roma oggi con Grillo che avanza, con l’antipolitica che avanza, non si può permettere un candidato che sceglie l’apparato.

A questo punto allora, qual è la sua proposta?

Io credo fermamente nel mio partito, credo che delle regole debbano essersi e allora propongo, ad esempio, di fissare un tetto di firme, che siano 1.000 o 500 per municipio, 5.000 o 20.000 su tutta Roma, non importa. La cosa fondamentale è che queste firme vadano raccolte fra i cittadini e non fra chi è iscritto al partito. Io aprirei banchetti in ogni piazza, scenderei fra la gente e farei una bellissima pubblicità al Partito democratico. A questo punto poi mi andrebbero bene anche le altre regole come quelle sull’albo o sul primo e secondo turno.

Cosa si sente di dire al Pd di Roma?

Basta con la scusa del copia e incolla delle regole nazionali. Se si vuole mettere un filtro forte, va bene, ma non sulle tessere di apparato. Io ci voglio mettere la faccia, voglio cercare l’approvazione della gente, voglio una candidatura fresca, utile e bella. E poi un’altra cosa: perché, ad esempio, non permettere anche agli elettori di Sel piuttosto che di Idv, di darmi il loro appoggio se vogliono? Il filtro della tessera è ingiusto e vincolante.

Chi ha deciso queste regole? E se lasciano così poco margine di manovra agli aspiranti candidati, allora perché si fanno?

Le regole delle primarie sono state messe ai voti di un’Assemblea romana alla quale ha partecipato meno del 50% dei componenti. Miccoli ha operato una bella forzatura. In effetti, fatte così, le primarie sono inutili. Se il Pd ha già in mente di presentare Gasbarra o Barca allora lo faccia e non prenda in giro i cittadini. Mica siamo tornati agli anni ’90? Ribadisco il mio fermo no a una preselezione messa nelle mani della nomenclatura di palazzo.

Ad oggi ci sono 14 aspiranti candidati alle primarie del Pd. A quanti arriveranno?

Non saprei. Dico solo che il 27 giugno eravamo in campo solo io e Zingaretti, che poi ha fatto un passo indietro. E tutti gli altri dov’erano?

Di Paola Ambrosino